Game Over

Il sindaco di Roma è caduto. Accerchiato dai numerosi detrattori, sputtanato da prelati e consoli, abbandonato dai suoi, con un indice di gradimento ai minimi storici tra i cittadini che lo hanno voluto al comando di una capitale che, bisogna dirlo, era già allo sbando da tempo immemore. Eppure qualcosa di buono Ignazio Marino lo aveva fatto. Un esempio al volo? Soccorre due passeggeri sulla rotta Roma-New York. E poi dicono che il suo viaggio in Ammerica non serviva a un cazzo.

Cede alla fine il buon Ignazio, dopo aver resistito a scandali e scaldaletti. Resiste allo scandalo multe, allo scandalo Mafia Capitale, allo scandalo dei vigili, allo scandalo funerali del casamonico padrino, a vari scandaletti accessori, al disastro ATAC. Per citarne solo alcuni. Ma cade infine Ignazio, su una questione ironicamente troppo simile a quella brutta storia mai chiarita che si portava dietro dai tempi in cui lavorava come chirurgo negli States. E proprio il suo viaggio ultimo in Ammerica fu galeotto per le sorti della sua carica di primo cittadino.

Ora parliamoci chiaro, Marino può anche essere stato il peggior nemico di se stesso, con ingenuità mediatiche che ne hanno restituito un’immagine di incapacità nella governance della sua stessa giunta, arroganza nel prendersi meriti non suoi, attaccamento alla poltrona. Political gaffe à gogo. Era ormai divenuto più impopolare del rogo che arse la città ai tempi di Nerone. E lui, che il fuoco lo portava nel nome, è stato rosolato lentamente e per mesi. Fare battute su Ignazio era diventato sport nazionale, più facile che sparare su un uomo defecante. Daje!, era stato uno dei suoi slogan elettorali. E daje e daje, la cipolla diventa aje. Marino alla fine va giù. Ma se proviamo a confrontarlo ai suoi predecessori, Alemanno e Rutelli… Beh signori miei, c’è la stessa differenza che passa tra chi vi scrive e Kant, tanto per citare uno dei tentativi di insulto peggio riusciti rivoltomi dal mio vecchio professore di filosofia al liceo. Personalmente sono convinto che Marino sia pulito. E che ciò che è uscito fuori sinora da Roma non sia che la punta di un iceberg che affonda le sue radici in acque marce di decenni di cattive amministrazioni. Se la camorra è un dato costitutivo di Napoli, come giustamente sostiene la Bindi, la corruzione ha oramai acquisito da tempo la cittadinanza onoraria nella capitale d’Italia. A tutti i livelli istituzionali. Marino può anche essere stato avulso dalle collusioni, ma un uomo solo, che sia anche il più onesto e capace, può ben poco. Roma è una città ormai ingovernabile.

La politica ha fallito, a prescindere dal colore. Non c’è che da prenderne atto. Mi viene in mente un’unica parola: commissariamento. Una soluzione drastica, sì, ma l’unica percorribile. Unico problema? Risiede sempre a Roma, a qualche metro dal Campidoglio, ed è l’inquilino di palazzo Chigi. Il quale risulta essere, guarda un po’ tu il caso, anche il segretario del partito di maggioranza. Renzi Re sa bene che commissariare la città significherebbe ammettere il fallimento della politica, targandolo PD. E consegnare con tutta probabilità ai pentastellati la Città Eterna alla prima tornata elettorale. Perdere Roma è un rischio che non si può correre. Meglio giocarsela tra qualche mese usando l’ex sindaco come unico capro espiatorio, e cercare di uscirne puliti come immagine di partito contando sulla scarsa memoria degli elettori. Anche se questo non è il bene di Roma. Politique politicienne.

Marino salta, ma buche, traffico e immondizia rimarranno ben salde sulle strade della città più bella del mondo. Ed è bene non illuderci su questo punto. Vedere Roma ridotta in questo Stato causerà parecchi attacchi di panico e crisi respiratorie tra le sue vie e in quei party della movida capitolina resi celebri da Sorrentino. In tal caso non resta che chiedere se sia presente un medico tra gli invitati e sperare di imbattersi nell’ex sindaco. Nessuno stavolta baderà al fatto che si sia imbucato.

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