Automazione, lavoro e consumismo

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Una delle preoccupazioni delle società moderne tecnologicamente avanzate è che l’automazione sia una minaccia per i lavoratori: aumentando la capacità produttiva delle macchine e il numero e tipo di mansioni che possono svolgere, si va, per forza di cose, a sostituire il lavoro dell’uomo.

Si tratta di assurde idee dal sapore luddista o di paure legittime che non possono essere liquidate sbrigativamente? Il mondo delle macchine (analogiche e digitali) è veramente una minaccia per il benessere economico dei lavoratori?

Uno dei problemi che vedo nell’impostazione positivista ortodossa è che ragiona in termini di “aggregati” e ignora del tutto il dettaglio: se un lavoratore romano viene licenziato e contemporaneamente due disoccupati romani vengono assunti, da un punto di vista del “mercato del lavoro” le cose stanno andando meglio. Anche se i due nuovi occupati sono ingegneri elettronici neolaureati “figli di papà” mentre il nuovo disoccupato è un manovale, padre quarantenne con due figli adolescenti a carico.

I conti tornano, ma le conseguenze sulla società sono del tutto diverse.

Un altro problema è legato a quanto velocemente il modo in cui è organizzata la società deve mutare per riuscire ad assorbire ed integrare completamente gli effetti dell’introduzione della nuova tecnologia: globalmente cambiano le competenze necessarie per poter essere utili alla società, cioè per riuscire a dare il “contributo” in cambio del quale riceviamo un compenso (il “salario”).

Se non c’è più “mercato” per il nostro manovale ma ce ne è molto per gli ingegneri, il nostro manovale potrebbe voler studiare per adeguarsi ai tempi, ovvero per avere migliori e più numerose opportunità per il suo futuro; però, anche se animato dalle migliori intenzioni e capacità, gli servirà tempo e dovrà sostenere dei costi (difficile senza un’entrata economica).

Purtroppo è molto più probabile che il nostro manovale non studi per diventare ingegnere; gli potrebbe essere offerta l’opportunità di diventare un manovratore specializzato nell’uso di una certa macchina (che ha sostituito un certo numero di operai e triplicato la produzione…); naturalmente altri suoi pari faranno lo stesso, perché questa specializzazione è alla loro portata e ottenibile in tempi brevi.

In breve: è difficile riuscire a riciclarsi in mansioni, ruoli e materie del tutto diverse, perciò la maggior parte dei lavoratori rimarrà ancorata, o zavorrata, al proprio settore e alla propria area (limitata) di competenze. La capacità di cambiare è inversamente proporzionale all’età e agli anni passati a svolgere certi compiti.

Questo è un altro aspetto che la “visione aggregata”, in linea con la macroeconomia, non è in grado di cogliere.

Ancora un altro problema riguarda proprio l’ideologia di supporto al sistema economico che ci governa, la quale interagisce in modo negativo con l’automazione vista come mezzo per emancipare l’uomo dal duro lavoro.

Di questa favola si poteva trovare traccia in certe riviste informatiche: i computer, i robot, la domotica, l’intelligenza artificiale… l’era digitale avrebbe aperto le porte alle rivoluzioni e finalmente risparmiato all’uomo prima di tutto la fatica fisica, lasciandogli tutto il tempo libero da spendere in attività ludiche, ricreative, culturali.

Il tempo libero è in effetti aumentato e la sua organizzazione e gestione è un’industria (quella del divertimento in senso lato), parte del terziario (l’industria dei servizi), di cui non voglio parlare ora, ma che è certamente una delle importanti valvole di sfogo della pressione creata dal ridimensionamento del primario e del secondario.

Si può dire che spendere il nostro tempo libero dà lavoro; però non è un lavoro e perciò non veniamo pagati per quello. Quindi la favola dell’emancipazione dell’uomo dal duro lavoro è in realtà una tragica distopia in cui la stragrande maggioranza della popolazione è disoccupata e perciò, secondo l’impostazione economica odierna, non riceve uno stipendio e non saprebbe di che vivere. A lavorare sarebbero in pochi: i Signori delle Macchine, i loro custodi, chi sa manutenerle, chi sa progettarle e, nei pochi casi in cui un’intelligenza artificiale non sarebbe sufficiente, chi sa manovrarle.

Poiché il settore produttivo, quello che fornisce i servizi fondamentali di base, e molta parte di quello dei servizi, sarebbero totalmente soddisfatti dalle macchine, alla maggior parte degli uomini non resterebbe che ciò in cui le macchine non possono (ne siamo sicuri?) eccellere: le arti, la filosofia… Del resto non sarebbe una novità storica, considerando che queste attività “improduttive” dell’intelletto difficilmente avrebbero potuto fiorire in quegli strati della popolazione che dovevano preoccuparsi quotidianamente di come procurarsi il cibo e non deperire.

Dubito che in un futuro simile una tale posizione sociale possa essere la norma. Un radicale ripensamento dell’economica e della società potrebbe aprire la strada a un mondo in cui ognuno ha il suo posto, ognuno svolge un compito, ognuno è utile e perciò meritevole di avere in cambio ciò che gli serve per vivere, stare bene e continuare ad arricchire l’umanità con la sua esistenza. Per ora, però, dobbiamo fare i conti con ben altra realtà.

Torniamo un attimo indietro. Quello che volevo sottolineare della società contemporanea e del «sistema economico che ci governa» è questo: veniamo pagati solo se lavoriamo, se “serviamo”, se svolgiamo un’attività ritenuta dalla società (o chi per lei — il “mercato”?) meritevole di un compenso (che sarà in proporzione a quanto e come lavoriamo, almeno in teoria). L’unico modo che abbiamo per avere i soldi per poter “sopravvivere” (esistenza biologica) e “vivere” (uso del tempo libero in attività diversa da quelle necessarie per “sopravvivere”) è svolgere una funzione che sia considerata un lavoro e come tale venga retribuita.

Quindi, anche se il Mondo delle Macchine fosse in grado di produrre tutto ciò di cui necessitano 8 miliardi di persone impiegandone solo un miliardo, i restanti 7 miliardi senza lavoro non avrebbero “diritto” ad uno stipendio; lo stipendio dimostra il “diritto proporzionale” a consumare (una parte di) ciò che viene prodotto.

Quante persone può impiegare il terziario?

Man mano che, grazie all’automazione, cresce il rapporto tra quantità prodotta di un bene e numero di ore-uomo necessarie per produrlo, si ha una contrazione del “mercato del lavoro”. Contemporaneamente aumentano i beni materiali immessi nel “mercato dei beni”; affinché il sistema si autosostenga, è necessario che il cerchio si chiuda: ci deve essere un numero sufficiente di persone a consumare tutti quei beni (un discorso simile si può fare per i servizi immateriali).

Se una popolazione non cresce e le sue necessità rimangono le stesse, l’aumento della produttività, figlia del mondo delle macchine, è una cosa del tutto inutile. Maggiori sono i beni prodotti e venduti e maggiore è il benessere che le persone che le producono e le vendono possono ottenere.

La mancanza di crescita demografica diventa un problema e perciò è necessario incentivare le nascite, non ostacolare l’immigrazione e allargare l’estensione del “mercato” (esportazione). Non solo: sarà anche utile accorciare la durata naturale di un prodotto (in modo da costringere a ricomprarlo), creare nuove necessità (aumentare la propensione al consumo), diminuire il prezzo unitario di un bene (per esempio diminuendo il costo del lavoro)…

L’aumento della produzione e il necessario aumento parallelo del consumo reggono l’ideologia della “crescita” e chiudono un cerchio (imperfetto), formando una sorta di uroboro.

Il cerchio si chiude e fa cortocircuito con la capacità produttiva che cresce esponenzialmente e impiega sempre meno ore-uomo, e con la necessità, soddisfatta solo dall’occupazione, di avere un reddito sufficiente a poter consumare, acquistandoli, tutti i beni e i prodotti che l’iperproduzione rende disponibili.

Le trasformazioni in grado di supportare questo tipo di “crescita” sembrano avvenire più lentamente di quanto sarebbe necessario per evitare che siano percepite come una preoccupazione concreta e imminente da parte di chi ne subisce le conseguenze.

Gli elementi che ho buttato un po’ alla rinfusa sono forme indistinguibili, mutevoli e tra loro interagenti in modo complesso, di uno stesso quadro che andrebbe studiato in modo olistico: impresa così ardua che siamo costretti invece, come al solito, alla semplificazione riduzionistica.

Userò questo articolo come canovaccio per ulteriori riflessioni su alcuni dei punti toccati ed eventualmente su altri su cui ho sorvolato.

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